Ascolto trance nell'ambiente, e dovrei descrivere il viaggio e la fuga di qualche notte prima. Una fuga da fantasmi, dolore, rabbia, determinato a inghiottire il buio dell'asfalto guidato dall'insana follia del pedale, che vorrebbe essere spinto fino in fondo, ma che la testa blocca. Quasi fino alla fine, fin dove si spengono le luci della città, ricco esempio di civiltà umana, fatto di vacuità, pensieri, distrazioni, amori e sentimenti consumati in riva ad una spiaggia buia, come animali che esplodono nel piacere carnale della scoperta e della necessità di altri, lì dove passa il clangore delle lamiere accartocciate e scompaiono le parole, solo il buio, la musica ed il cuore della tua autovettura lanciata su di un ponte sospeso tra il vuoto ed il nulla. Raffiche di vento attese in corsia, si consiglia di rallentare. Al diavolo, guarda dove mi hanno portato i consigli ed il buon senso. Giù, ancora più giù, fino ai 140 km/h, morte ed incoscienza fanno ormai a gara per vedere chi si siederà accanto a me nella macchina vuota. E la sbandata arriva, forte, possente, il vento gioca con la mia piccola scheggia, buia anche lei, con le lacrime di rugiada che si staccano pian piano dalla fiancata mentre cammino. Una scossa, due, tre, che il diavolo mi porti, io accelero e se non riesco ad entrare dritto in galleria o il tir mi trancia prima sarò un ricordo che andrà ad esplorare i meandri nascosti nell'oltrevita. Quanta poesia sprecata per descrivere un posto dove semplicemente non esisti. La coscienza appartiene ai vivi ed ai temerari, il resto è un'illusione. O almeno sembra. Perché qualcosa, qualcuno o quella maledetta casualità presente nel mondo umano, che sembra quasi non esistere per quanto possa sconvolgerti, mi pianta un animale nel centro della carreggiata che quasi falcio, in fuga dalle mie radici strappate a forza. Ma non un animale qualsiasi, una civetta. Un volatile bello, divoratore di roditori ma che rappresenta la saggezza, i popoli antichi vedevano in quell'uccello un messaggero degli dei, pronto a scrutare il cuore ed il pensiero umano tramite la sua vista eccezionale. Pallida Atena, mi parli davvero dall'abisso delle mie conoscenze? No, non c'è nemmeno il tempo di capire se suggestione o disperazione guidano la mia reminiscenza, semplicemente, non mi ero reso conto della presenza del volatile. Avrei potuto tranciarlo e lasciare una chiazza di sangue sulla mia spada a quattro ruote, ma non l'ho fatto. Mi ero appena spostato, l'ho percepita a distanza, mi ha visto, mi ha guardato dritto negli occhi e non ha fatto una piega. Tra la velocità e lo stupore (o l'attesa, chissà) è rimasta lì, anche lei lì trascinata dal caso, dagli Dei, dall'abisso di casualità e conoscenze che a volte è la vita. Tre secondi, percezione, lampo di luce sulla civetta che mi guarda, bianca, stupenda, non ha il tempo di volare via e immediatamente collego a quel bellissimo predatore l'idea che la soluzione a tutto è nell'applicare maggiore saggezza. Saggezza che significa non semplice conoscenza delle cose, delle relazioni umane, degli sguardi, pulsioni, aspettative, parole, suoni, odori, ma lucida, temperata reazione alla perfetta conoscenza dell'immane amalgama di segnali provenienti da uno o più simili. Quale stupore può dare la sensazione di controllo totale, su ogni cosa che ti avviene accanto, nel momento stesso in cui senti che le redini della realtà che ti circonda sembrano scivolare via? Una sola risposta: controllo, saggezza. Padronanza delle reazioni delle proprie ghiandole, in base all'età ed alle condizioni fisiche. Ecco allora il misurato ritorno, nel buio della notte tra carcasse di animali esplosi dall'incuria e dalla ferocia umana nel lanciarsi per le strade, che come lingue di bitume ricoprono le terre conquistate alla natura selvaggia, le enormi cattedrali di luce che si stagliano alla fine di quella curva presa con troppo slancio, che potrebbe benissimo lanciarti in un volo finale bello da vedere ma inutile da provare. A chi raccontare uno dei più bei paesaggi notturni della tua vita se il tuo prossimo interlocutore può essere uno dei vermi venuti a banchettare con il tuo corpo smaciullato? Immagine forte questa, fa schifo pure a me, meglio corroborare il tutto con un po' di vino cittadino, insieme a qualche vecchia amica, mentre la città mi riaccoglie con le sue sirene, le sue storie che mi rincorrono, mentre guardo la città dai mille porti con gli occhi di un viaggiatore di passaggio.
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